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Raymond Carver: il tempo per scrivere

«Se volevo scrivere qualcosa, e portarla a termine, e se volevo essere soddisfatto per un lavoro ultimato, dovevo dedicarmi ai racconti e alle poesie. Cose brevi: avrei potuto sedermi  e, con un po’ di fortuna, scrivere rapidamente e farcela.

Molto presto avevo capito che mi sarebbe stato difficile scrivere un romanzo, data la mia ansiosa incapacità di concentrarmi su qualcosa per un apprezzabile periodo di tempo. Fossi stato capace di mettere insieme i miei pensieri e di concentrare le mie energie su un romanzo, dico, non mi sarei trovato comunque nella condizione di poter attendere un pagamento che, se pure fosse arrivato, sarebbe rimasto per strada per qualche anno.

Dovevo mettermi a tavolino e scrivere qualcosa da finire ora, stasera, al massimo domani sera, non più tardi, al ritorno dal lavoro e prima di smarrire l’interesse.  In quei giorni facevo sempre lavori di merda: ho lavorato in segheria, ho fatto l’uomo delle pulizie, il fattorino, ho lavorato in una stazione di servizio, ho fatto il garzone in un magazzino: ditene un altro, l’ho fatto.

In quei giorni immaginavo che, se fossi riuscito a ritagliarmi un’ora o due al giorno solo per me, dopo il lavoro e la famiglia, sarebbe stato anche più che abbastanza. Il paradiso. Ed ero contento di avere quell’ora.  A volte, però, per una ragione o per l’altra, non riuscivo a prendermela. E allora confidavo nel sabato, benché a volte succedessero cose che mandavano a monte anche il sabato.

Così, di proposito, e per necessità, mi limitai a scrivere cose che sapevo di poter finire in una seduta, due sedute al massimo. Sto parlando delle prime stesure. Ho sempre avuto la pazienza di riscrivere. Ma in quei giorni ero addirittura felice, anzi non vedevo l’ora di riscrivere perché così avrei occupato del tempo che mi faceva piacere impegnare in quel modo. Così ero molto paziente con un testo dopo che ne avevo scritto l’inizio. Tenevo in casa le cose per molto tempo,girandoci attorno, cambiando questo, aggiungendo quello, tagliando quell’altro.

La copertina di “Cattedrale”, uno dei racconti più celebri di Carver

 

Le circostanze della mia vita sono molto diverse, ora, ora io posso scegliere di scrivere racconti e poesie. O almeno così credo.

Può darsi che non sappia ancora adattarmi a pensare nei termini di un lungo periodo di tempo da prendermi per lavorare a qualcosa, senza dovermi preoccupare che qualcuno possa sfilarmi la sedia da sotto, o che uno dei miei bambini possa mettersi a protestare perché la cena non è pronta  a sua richiesta.

Strada facendo ho però imparato alcune cose. Uno delle cose che ho imparato è che dovevo piegarmi, altrimenti mi sarei spezzato. E ho anche imparato che è possibile piegarsi e spezzarsi allo stesso tempo».

Raymond Carver, “Fires” (traduzione di Francesco Durante)

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