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Archive for the ‘Scrittura creativa’ Category

Marguerite Yourcenar: l’artigianato della scrittura

“Ad occhi aperti” è un libro (edito in Italia da Bompiani) che racchiude una serie di conversazioni di Matthieu Galey con Marguerite Yourcenar nelle quali la grande scrittrice francese spazia in tutta libertà tra ricordi personali e notazioni inedite sul mestiere di scrivere.

È uno sforzo, una sofferenza, lo scrivere?

No, è un lavoro, ma è anche quasi un gioco, e una gioia, perché l’essenziale non è la scrittura, è la visione. Ho sempre scritto i miei libri col pensiero, prima di trascriverli sulla carta, e a volte li ho perfino dimenticati per dieci anni prima di dar loro una forma scritta. La scena tra Zénon e il canonico, ad esempio, io l’ho vista (potrei quasi dire che l’ho scritta nella mia testa) ascoltando musica, Bach mi pare, in casa di un amico, un pomeriggio del 1954 o giù di lì. Sono uscita da quella casa dicendo a me stessa: “Non ho né tempo né modo di scrivere questa cosa adesso, e magari non l’avrò per mesi, o addirittura per anni. Me ne ricorderò o non me ne ricorderò…vedremo” E poi, a distanza di anni, tutto mi è apparso davanti. Nel 1957 – ricordo esattamente la data per via di un viaggio che me la richiama alla memoria – ero andata a fare delle conferenze in Canada; non stavo molto bene, e avevo dovuto prendere un treno in una stazioncina sperduta, da qualche parte negli Stati Uniti. Il treno partiva intorno alle tre del mattino, e mi sono fatta dare una camera in una specie di locanda. Ricordo che faceva freddo, e che mi sono distesa sul letto senza disfarlo. Durante quelle tre ore, ho scritto, col pensiero, tutta la lunga novella di La mort conduit l’attelage. Questo avveniva nel 1957. E ho ripreso in mano il progetto solo l’anno scorso. Me ne sono ricordata come di una storia che mi sarebbe stata raccontata, come se il flusso ricominciasse a scorrere dopo essere stato congelato per più di vent’anni.

Questo rientra nelle sue abitudini?

Mi succede abbastanza spesso, in croco stanze un po’ fuori dal comune. Forse, dipende da una sorta di abbandono delle abitudini, di rottura della routine. Detto questo, bisogna dire che anche le abitudini servono alla creazione letteraria, perché nelle abitudini c’è un che di rituale. Alzarsi la mattina, scendere ad accendere il fuoco in cucina, dar da mangiare agli uccelli, guardare il sole dalla terrazza, sono altrettanti riti che finiscono col diventare assolutamente impersonali.

Ci sono anche scrittori che si mettono ogni mattina alla scrivania, all’ora stabilita, e aspettano che venga l’ispirazione. È il suo caso?

Quando mi metto alla scrivania so già esattamente quello che devo fare, perché ce l’ho tutto scritto nel pensiero. Naturalmente la scrittura dà luogo a una sorta di chiaroscuro; mette in risalto errori o dà adito a nuove scoperte ma i fatti, le idee sono già là. Per un saggio critico, il modo di procedere è molto diverso. Si può lavorare continuando per mesi e mesi a ricominciare da capo.

Il mestiere dello scrittore è un’arte, o meglio un artigianato, e il metodo dipende un po’ dalle circostanze. A volte prendo un blocco e butto giù il mio testo con una scrittura che sfortunatamente diventa illeggibile in capo a quattro o cinque giorni, che in qualche modo appassisce come i fiori. Ma succede anche che vada dritta alla macchina da scrivere e batta una prima versione. In ambedue i casi, per ogni frase, vado di slancio; successivamente, cancello, scelgo la frase che preferisco. Lavoro anche con forbici e colla, ma non sempre. E se le piacciono le piccole manie tipiche dello scrittore, gliene posso citare una: alla terza o quarta revisione, armata di matita, rileggo il mio testo, già quasi a posto, e tolgo tutto quello che può essere tolto, tutto ciò che mi pare inutile. E qui, esulto. Scrivo a piè di pagina: abolite sette parole, abolite dieci parole…Sono felicissima: ho soppresso l’inutile.

A che punto la versione le sembra definitiva?

Quanto sento di aver detto tutto quello che potevo dire, e di averlo detto nel miglior modo possibile. A questo punto, ho la consapevolezza che la faccenda è chiusa, finita. È come per il pane: c’è un momento in cui si sente che non bisogna più impastare. Si prova allora un sentimento di stupore – che provo del resto per tutto, non solo per i libri – la soddisfazione e la sorpresa di essere riuscita a fare quella cosa, di avercela fatta, di esserne venuta a capo. Suppongo che sia la stessa sensazione dello sportivo quando tocca la meta. Non era sicuro di arrivarci.

Ma il metodo di lavoro non dipende dai libri stessi, dai loro soggetti, o dalla forma scelta?

Certamente. Il metodo varia ogni volta nella misura in cui ogni volta si tratta di un enigma diverso da risolvere. Lo dicono anche i pittori: ogni ritratto pone un nuovo problema. Perfino Rembrandt doveva esitare di fronte ad un nuovo modello da dipingere. E, sulla tela, il modello appariva essere e individuo al tempo stesso, borghese del XVII secolo, unico fin nelle verruche, e contemporaneamente figura totale, emblema di umanità. Il che non impediva a Rembrandt di essere ogni volta Rembrandt, perché aveva il suo stile peculiare.

Lev Tolstoj: “Resurrezione”

«Giunto a casa, prese subito i suoi diari, da tempo abbandonati, ne rilesse alcuni brani e scrisse quanto segue: «Per due anni non ho tenuto un diario, pensando che non sarei più tornato a queste bambinate. Ma non era una bambinata, bensì un dialogo con me stesso, con l’ io più autentico, divino, che vive in ogni uomo. Per tutto questo tempo quell’io ha dormito, e io non avevo con chi dialogare. L’ha ridestato lo straordinario avvenimento del 28 aprile, durante il processo in cui ero giurato. Sul banco degli imputati ho visto lei, quella Katjuša che avevo ingannato, in divisa da carcerata. Per uno strano equivoco e per un mio errore l’hanno condannata ai lavori forzati. Oggi sono stato dal procuratore e in prigione. Non mi hanno lasciato entrare, ma ho deciso di fare di tutto per vederla, confessarle la mia colpa e ripararla, fosse anche col matrimonio. Signore, aiutami! La mia anima è serena e piena di gioia».

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Le Officine del Racconto: il corso del 3 marzo a Roma

Lo scorso 3 marzo si è tenuto a Roma, presso la Scuola di Città Giardino, “Orientarsi con le stelle”, un laboratorio di scrittura creativa dedicato al tema del desiderio in letteratura al quale hanno partecipato 18 persone.

La lezione è stata incentrata sulla costruzione della trama a partire dal concetto di desiderio come meccanismo di accensione di una storia e momento di avvio della costruzione del personaggio e della trama. Sono stati presi in considerazione alcuni romanzi nei quali, più fortemente che in altri, sono presenti tali elementi: “Moby Dick” di Hermann Melville, “Lolita” di Vladimir Nabokov, “L’idiota” di Fëdor Dostoevskij, “Anna Karenina” di Lev Tolstoj e “Il grande Gatsby” di Francis Scott Fitzgerald.

A questo link è possibile consultare la presentazione della lezione del 3 marzo: Orientarsi con le stelle

Le Officine del Racconto avranno a Roma una scadenza mensile e si occuperanno dei seguenti temi:

  • Aprile: il romanzo psicologico e la camera dei segreti
  • Maggio:  l’arte del racconto
  • Giugno: scrivere le ambientazioni
  • Settembre: come si scrive un giallo
  • Ottobre: scrivere il personaggio e il viaggio dell’eroe
  • Novembre: l’arte della poesia
  • Dicembre: scrivere un film e gli strumenti dello sceneggiatore

Sono previsti, tra l’altro, per tutto il 2012 numerosi seminari gratuiti e convegni in tutta Italia che verranno comunicati a tempo debito.

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Diari di scrittura: Elio Vittorini

marzo 17, 2012 1 commento

Elio Vittorini, scrittore ed intellettuale italiano tra i più influenti del Novecento, ci ha lasciato nella sua autobiografia “Diario in pubblico”, scritto tra l’ottobre del 1929 e il maggio del 1957, saggi e frammenti di uno straordinario romanzo di idee e di militanza culturale. Tra questi, abbiamo voluto isolare un estratto nel quale descrive un ricordo di suo padre.

«Io penso che sia molta umiltà essere scrittore. Lo vedo come fu in mio padre, ch’era maniscalco e scriveva tragedie, e non considerava il suo scrivere tragedie di più del suo ferrare cavalli. Anzi, quando era a ferrare cavalli, mai accettava che gli dicessero: “Non così, ma così. Tu hai sbagliato”. Guardava coi suoi occhi azzurri, e sorrideva o rideva; scuoteva il capo. Ma quando scriveva dava ragione ad ognuno per qualunque cosa.

Ascoltava quello che chiunque gli diceva, e non scuoteva il capo, dava ragione. Era molto umile nel suo scrivere; diceva di prenderlo da tutti; e cercava, per amore del suo scrivere, di essere umile in ogni cosa: prendere da tutti in ogni cosa.

Mia nonna rideva di quello che lui scriveva. “Che sciocchezze!” diceva. E mia madre lo stesso. Rideva di lui per quello che scriveva. Solo io e i miei fratelli non ridevamo. Io lo vedevo che arrossiva; come chinava umilmente il capo; e così imparavo. Una volta, per imparare, scappai di casa con lui. Ogni tanto mio padre faceva questo: scappava di casa a scrivere nelle solitudini. Io lo seguii una volta: camminammo otto giorni nelle campagne di capperi, tra i fiori bianchi delle solitudini, e ci fermavamo sotto un sasso per un po’ d’ombra, lui con gli occhi azzurri che scriveva, io che imparavo, e al ritorno mia madre mi bastonò per me e per lui.

Mio padre, allora, mi domandò perdono per le busse avute a causa sua. Ricordo come fu, io non gli risposi. Potevo dirgli che lo perdonavo? E lui mi disse con terribile voce: “Rispondi! Mi perdoni?”. Pareva lo spettro del padre di Amleto quando vuole vendetta. Non che volesse perdono. Ma io ho imparato, in tal modo, quello che è scrivere (…)».

Elio Vittorini

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